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A Pozzomaggiore ancora 68 positivi, due nuovi casi a Burgos


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Paese

Dati Generali
Il paese di Padria
È un centro in provincia di Sassari, nel Logudoro Meilogu. Sorge in un territorio fertile nella valle del Temo, nei pressi del massiccio del Monte Minerva. Il paese presenta, a ovest, tre colli che vengono denominati San Giuseppe, San Pietro e San Paolo. Il territorio di Padria è ricco di antiche testimonianze: lo stesso paese sorge sul sito dell’antica Gurulis Vetus, importante stazione romana dalla quale sono stati rinvenuti numerosi reperti archeologici; Domus de Janas si trovano in costoni rocciosi di diverse località; un bastione murario, di probabile età punica, si può vedere in località Palattu. Una intensa attività di scavi archeologici ha portato alla luce numerosi reperti di grande importanza che sono esposti nel Museo Civico Archeologico di Padria. Nel centro abitato, antichi palazzi nobiliari convivono con semplici abitazioni in pietra vulcanica a vista e con la bellissima chiesa di S. Giulia, una tra le più importanti dello stile gotico aragonese sardo.
Il territorio di Padria
Altitudine: 11/406 m
Superficie: 48,03 Kmq
Popolazione: 836
Maschi: 417 - Femmine: 419
Numero di famiglie: 363
Densità di abitanti: 17,41 per Kmq
Farmacia: Via Nazionale, 19 - tel. 079 807039
Guardia medica: (Pozzomaggiore) - tel. 079 801319
Carabinieri: via Berlinguer, SNC - tel. 079 807022

Storia

PADRIA, terra della Sardegna là dove fu una città antichissima e pelasgica, nella provincia d’Alghero, compresa nel mandamento di Pozzomaggiore della prefettura di Sassari, e già parte del cantone logudorese, che dissero Nurcara, e poi contea di Monteleone.

La sua situazione geografica è nella latitudine 40° 24' e nella longitudine occidentale dal meridiano di Cagliari 0° 29'.

Siede sotto la falda australe di un rilevamento di terreno che ha tre capi, per cui si dice Tremonti, e il luogo rassomiglia a un vallone o seno, perchè a levante sorge il territorio di Pozzomaggiore, e dall’austro al libeccio si prolunga un gran terrazzo.

Il territorio di Padria compresovi l’agro di Mara, che riguardasi come una sua appendice, è disteso da’ confini boreali di Planu de Murtas a monte Ferulosu per miglia 7 con una latitudine compensata di miglia 4 1/2 ed ha una superficie di circa 32 miglia quadrate, tutta montuosa ma con pendici mitissime e altipiani. Notisi, che supponesi làcana o limiti, a ponente, il fiume Temo, e così sono escluse le terre della riva sinistra.

Monti. Le masse notevoli sono il terrazzo, che abbiam notato, il cui piano prolungasi nella detta direzione per miglia 2 3/5, dopo le quali dechina al Temo e al rio di Mara in una degradazione poco sentita, ma non alla parte di libeccio, dove un altro altipiano di più basso livello si proferisce per due miglia sino al gomito che fa col detto Temo il rio Androliga o Molino.

Dopo questo rilevamento è quello de’ Tremonti di Bonvicino e Tremonti di Mara, nella regione settentrionale, e i due monti Sandali (nome significativo della forma dei due altipiani, che sorgono nella parte occidentale di questa massa); alle quali eminenze se si aggiungessero i due di Pozzomaggiore, Sas Mamiddas, così nominati dalla forma di due mammelle e la collina di s. Pietro all’austro di Pozzomaggiore, si avrebbe l’intera massa de’ monti della vecchia Guruli.

Valli. Molto considerevole è la valle gurulitana, che lambe la sinuosa falda meridionale della predetta massa per otto miglia dalla confluenza del rivo Molino con le acque di Semestene sino al ponte Ena; dopo la quale è da notare la valle Marana o di Mara, e quella di Buonvicino, nella quale discendono le falde boreali de’ suddetti monti della vecchia Guruli per circa sei miglia da’ termini di Cosseine fino alla sua imboccatura nella valle del Temo.

Indicheremo in fine la gran valle del Temo, nella quale si abbassano le falde occidentali della massa gurulitana in una linea tortuosa di poco più di sei miglia dalla foce della valle di Buonvicino a quella della valle gurulitana.

Le roccie di questa massa sono calcaree, come sono parimente quella delle seguente massa australe.

Entro i termini di Padria trovasi ferro ossidato geodico (etite o pietra aquilina), nelle pietre dette sonaiòlas. Vedi Mara Cabuabbas.

Acque. Le fonti padriesi notevoli non sono più di 17, tra le quali sono più celebri quelle di Baddu frassu, Sadurinu, Concas, Calarighes, Urvinu, vene grosse quanto il polso d’uomo.

La prima è famosa per la sua leggerezza, la seconda per il suo costante calore, perchè può esser annoverata alle acque termali. Ora nessuno si giova della medesima, ed è ignota la loro virtù; ma in altro tempo vi si bagnavano gli ammalati, e alcuni residui di costruzione che veggonsi in vicinanza si credono stanze di riposo per i bagnati. Aspettiamo quando che sia che qualche chimico sardo o estero l’analizzi e che la comparazione con le simili insegni a qual malattia, possa essere proficua.

La fonte più prossima al paese è Su Cantharu, la cui acqua raccogliesi nelle vasche del lavatojo comune a poco più di mezzo miglio dall’abitato; quella che dicesi Cantharu de Fiore dista un miglio; l’altra di Baddenova è lontana di un miglio e mezzo. Tutte danno acque pure e abbondanti.

I rivi più notevoli sono, quello che discende da’ salti di Bonorva traversando la strada centrale col nome di rio Molino e venuto sotto Semestene comincia a ricevere le acque de’ salti di questo paese, tra le quali il rio Androliga, e successivamente le altre del margine del grande altipiano di Campeda e Planu de Murtas; 2 il rio di Buonvicino che ha le prime scaturigini ne’ salti di Giave; 3 il rio di Mara che scorre nella valle del suo nome.

Noterò in quest’articolo dell’idrografia le paludette prossime al paese, quella che dicono di Montepeddis, l’altra cognominata de Intro, che insieme copriranno un’area di 4000 metri, e altre due più piccole e più distanti, che come le due prime raccogliono le acque delle alluvioni; ma mentre le due prime non si asciugano mai per l’afflusso che supponesi di alcune vene, le seconde inaridiscono sotto l’ardore del sole estivo.

Ne’ detti fiumi è gran copia di anguille e di trote, massime nel Temo, e nelle due paludi sempre vive trovansi infinite sanguisughe; però molti se devono trar sangue da’ cavalli invece di far loro apparir la vena da’ maniscalchi li mandano nelle medesime, dove son subito assaliti da quei vermi.

Selve. I grandi vegetabili sono sparsi in tutto il territorio e in certi salti, dove non operò la mano malefica de’ pastori e non giunse l’incendio, frondeggiano de’ boschi.

I ghiandiferi vedonsi frammisti per tutto ad altre specie, e solo in tre regioni trovansi separatamente dalle altre e formano selve, in Monte Mundigu, in Fajas e in Muscadorgiu. Quella di monte Mundigu copre un’area di ari 1600, quella di Fajas di 5800, quella di Muscadorgiu di 8000. Le quercie sono mescolate a’ lecci.

Selvaggiume. I cacciatori incontrano ne’ salti padriesi i cinghiali e i daini.

Più di queste specie vi sono numerose le volpi e le lepri, le quali sono più spesso perseguitate; le prime perchè le greggie non siano diminuite da’ loro assalti sopra gli agnelli e capretti, le seconde per farne una pietanza gustosa.

Le specie di volatili sono quante si notano soventi negli altri luoghi montuosi, e vi sono numerose quelle che si ricercano da’ cacciatori, pernici, colombi, gaze, merli, tordi, tortorelle ecc. compresevi le altre che galleggiano nelle paludi e sulla corrente de’ fiumi.

Clima del paese. Dalla topografia proposta può il lettore intelligente aver inteso in gran calore che vi si deve patire nell’estate, la grande umidità che vi dee regnare nelle notti e nelle stagioni piovose, e che sarà frequentissimo l’ingombro della nebbia e molta la sua crassezza. Per l’autunno, l’inverno e parte della primavera, l’aria mattutina resta quasi tutti i giorni infoscata da gravi vapori, che non si rarefanno se non dopo due o tre ore di sole.

Le pioggie non vi sono più frequenti, che altrove, e si può porre anche per Padria, che i giorni piovosi non sieno in numero medio più di trenta. Nell’anno scorso accadde cosa insolita, un così impetuoso rovescio di grossissima pioggia, che il luogo dove è il paese restò inondato e dalla violenza de torrenti furon atterrate alcune case, e si ebbe pure a deplorare la morte di alcuni.

L’inverno essendo mite le nevi cadono rare e non tardano a liquefarsi. In alcune notti di tramontana il termometro si abbassa di quattro o cinque gradi sotto lo zero, e allora la superficie delle paludette s’incrosta di un ghiaccio che non ha più di tre centimetri di spessore.

I temporali estivi con fulmini e grandine sono fortunatamente assai rari, e avviene poche volte in sua vita all’agricoltore che veda devastati i frutti de’ suoi predi dall’ira del cielo; per lo contrario è frequente che patisca danno per la malignità della nebbia sopra le piante fiorenti.

L’aria? È insalubre, come è in tutte le situazioni basse, chiuse e non ventilate; ed è insalubre più che dovrebbe essere per l’aumento dell’umidità che producono le notate paludi, per la densità che si addoppia alle nebbie e per i maligni miasmi che esala il fondo de’ notati circostanti pantani nella corruzione delle materie organiche, e aggiungiamo per i pessimi gaz degli sterquilinii che sono nell’orlo del paese e ne’ cortili. Finalmente sarebbe tempo che si proponessero e si osservassero quelle regole, che sono dai saggi prescritte per la conservazione della pubblica sanità e per preservare i corpi da quei morbi che si acquistano per l’ignoranza di ciò che nuoce. Bisognerebbe insegnarli a’ piccoli questi aforismi salutari importando assai che i corpi sieno sani e vigorosi per la fatica; bisognerebbe insegnarli alle fanciulle perchè quando diventino madri, sappiano come governare i piccoli, e questo dovrebbe farsi sollecitamente perchè la gran mortalità che è nella prima età proviene dalla ignoranza delle nutrici ed educatrici. E, dirò di più, sarebbe tempo che, come ho altrove accennato, si pensasse a trasferire l’abitato in una situazione più salubre da’ luoghi bassi, paludosi e non ventilati, ordinando che le nuove costruzioni si avessero a fare nel sito che fosse stato prescelto, prossimo per quanto fosse possibile al paese, e più comodo, e si avessero a fare secondo un disegno ben ideato.

Popolazione. Nell’anno 1844 la popolazione di Padria componevasi di anime 1892, distinte in maggiori di anni 20, maschi 540, femmine 535, e minori, maschi 395, femmine 412, distribuite in famiglie 570.

Professioni. De’ padriesi, 500 sono applicati all’agricoltura, 150 alla pastorizia, 50 a’ mestieri di falegname, muratore, ferraro, sarto, scarparo, ecc., 40 al vettureggiamento e al negozio.

Persone occupate nel ministerio ecclesiastico, preti 4, frati 15; nel ministerio sanitario 6, due medici, un chirurgo, due flebotomi, un farmacista; negli officii del comune 13, luogotenente giudice nell’assenza del giusdicente del mandamento, maggiore di giustizia, censore locale, i consiglieri e segretaro del comune, e maestro della scuola elementare.

I principali che si occupano soltanto del governo delle loro proprietà saranno circa 50.

Famiglie proprietarie di terre, bestiame, o case, 458.

Famiglie nobili 3 con diciotto individui.

I padriesi sono un popolo quieto, sobrio e laborioso, nel quale comincia a spiegarsi lo spirito di industria, e pare comune il sentimento della giustizia, della poca forza del quale in altri tempi erano argomento i furti, principalmente di bestiame, e gli oltraggi che si tentavano dai prepotenti.

La istruzione cristiana che da alcuni parrochi illuminati e studiosi del loro dovere fu data, era causa di questo miglioramento morale, e se non fossero avvenute delle intermittenze or per una or per altra causa credo che tante altre credenze e tanti sciocchi pregiudizi sarebbe stati da gran tempo obbliati. Se un chiaro e solido ragionamento vince o presto o tardi le menti, egli è dunque che questo ragionamento è mancato o non fu tale quale doveva essere.

Le donne, come altrove, lavorano il lino e la lana, e i telai che sono quasi sempre in azione non pajono essere meno di 500.

La scuola elementare è frequentata da circa 20 fanciulli, che sono il quarto di quelli che vi dovrebbero intervenire.

Dopo più di 24 anni da che è istituita questa scuola quanti ne han profittato? Quanti in tutta la popolazione hanno in questa scuola imparato a leggere e a scrivere?

In tutto il paese le persone che sappian queste cose tanto facili sono forse non più di 70, compresi quelli che han fatto altri studi e sono stati alle scuole di Sassari o di Alghero o di Bosa.

Padria potrebbe avere una scuola per le fanciulle. Una o due monache Venerini, o una alunna dell’ospizio delle orfanelle di Cagliari farebbe gran bene.

Le ricreazioni solite sono il ballo ed il canto ne’ dì festivi e principalmente nelle feste. In occasione di morte usasi ancora l’attito intorno al cadavere nella stanza funeraria da donne prezzolate per cantare a piangere.

Tra i pregiudizi tuttora dominati è la pazza credenza sopra la jettatura, e che sieno giorni infausti per nozze il lunedì e il martedì e fra’ mesi quello di luglio.

Sono ancora in uso le penitenze pubbliche, e accade di veder le donne in abito squallido scarmigliate trarsi sulle ginocchia dalla porta della chiesa sino a piè del presbiterio, e gli uomini entrare scalzi e flagellarsi con verghette; il che si pratica verso quelli che essendo in parentela han dovuto impetrar dispensa per contrarre il matrimonio.

Movimento della popolazione. Le medie del decennio scorso diedero matrimoni 20, nascite 74, morti 57.

Non ostante tante cause morbose che sono nella indicata topografia vedonsi corpi robusti e di una sanità resistente contro le male influenze.

La mortalità più frequente è qui pure nella debolezza della prima età per difetto di cura e per ignoranza delle regole igieniche.

Le malattie predominanti sono, nell’inverno e nella primavera infiammazioni, nell’estate e nell’autunno febbri gastriche, periodiche, perniciose e carbonchi.

L’ordinario corso della vita è al 50. Non sono però pochi quelli che vadano oltre sino a una buona vecchiezza principalmente nella classe agiata.

Il camposanto è ancora a farsi, e però i cadaveri sono sepolti nel cemiterio attiguo alla parrocchia in mezzo all’abitato. Aggiungete a’ già indicati laboratori di miasmi questa terra dalla quale esala la corruzione, che sentesi molestissima nella sera quando l’aria raffreddasi e que’ maligni aliti non si sanno elevare.

Agricoltura. Il padriese ha terreni ottimi per i cereali, e se fossero coltivati con miglior arte si avrebbero frutti più copiosi e migliori.

Ripeto la proposta fatta agli ozieresi. Perchè i padriesi benestanti non si quotizzano a mantener in Cagliari nell’ospizio Carlo Felice uno o due giovani per essere eruditi nell’arte agraria? Una tenue pensione sarebbe cagione del miglioramento del-l’agricoltura.

I numeri della ordinaria seminagione sono i seguenti: starelli di grano 2500, d’orzo 500, di fave 450, di legumi 170, di lino 300, di meliga quanto vuolsene per una superficie di ari 6000, o starelli 150.

Fruttifica soventi il grano all’8, l’orzo al 10, le fave al 12, i legumi al 7, il lino in seme a starelli 5/2, in fibra a libbre 50 per starello.

L’orticoltura non è molto spiegata, comecchè il terreno sia accomodatissimo alla medesima e produca con lusso.

Le vigne occupano una estensione di circa 300 starelli, hanno forse diciotto varietà di uve, abbondano nella vendemmia, e danno comunemente circa quartare 90000.

La manipolazione del mosto è curata da pochi e però i vini di lieve colore, o bianchi, come si usa dire, sono di pregio mediocre.

La quantità soverchia alla consumazione si brucia per acquavite e questa è consumata quasi tutta nel paese. Il caffè usasi solo nelle case agiate.

I fruttiferi sono poco men che negletti, e nell’estate ed autunno si scarseggia delle frutte che aver si potrebbero in gran copia.

Il numero complessivo de’ ceppi forse non eccede li 5500.

Le specie sono, ciriegi, susini di tre o quattro maniere, sorbi, peri di sei diverse maniere, senza porre incontro i perastri innestati; meli, che nominano cotogni, granati, làdina, rosa, appio, puzzonina (cioè d’uccelli), abrini o aprini (cioè porchine), piberi (pepe); noci, mandorli, peschi, fichi di dieci diverse sorta, infine ulivi e cedri, i quali comecchè vi allignino prosperissimamente sono però le specie che contano meno di individui.

Tanche. I padriesi hanno inteso quanto aumento verrebbe alle loro fortune dalla legge delle chiudende, han chiuso forse tre quinti del loro territorio, e ora son lieti di veder cresciute le loro fortune e sentono nella perfetta proprietà crescere giornalmente il loro vantaggio. Non sarà che si arrestino, ma continueranno finchè non resti più aperta nessuna parte de’ loro salti; faranno poi con più studio le opere agrarie; educheranno in maggior numero gli olivi per l’olio che vuolsi nelle case e per darne al commercio, gli agrumi per avere quei frutti salutari e deliziosi; imprenderanno la coltivazione de’ gelsi e successivamente le loro donne quella de’ bachi da seta, e di grado in grado ridurranno quei predi alla somiglianza delle cascine piemontesi e lombarde. Finora non si fa altro nelle medesime, che seminarvi e tenervi a pascolo i buoi e le vacche. Quella che appellano del conte, la quale in tutta la sua area (di circa un miglio quadrato) è ingombra di quercie, serve solo al pascolo e nella stagione delle ghiande all’ingrasso de’ porci.

Pastorizia. Quelle regioni del padriese, che non pajono molto adatte a’ lavori agrari, sono ottime per la pastura delle varie specie, e in molte parti potrebbero formarsi prati da essere irrigati, massime nella valle gurulitana, in quella di Buonvicino, e nell’altra del Temo. Speriamo che finalmente si riconoscano i favori della natura e se ne tragga quel giovamento, che persone accorte ora deplorano negletto.

Il bestiame de’ padriesi era nell’anno suindicato come nelle seguenti note:

Bestiame manso: buoi per l’agricoltura e per il vettureggiamento 260, vacche mannalite adoperate negli stessi servigi pressochè altrettanti capi, cavalli e cavalle per sella e carico 182, majali 132, giumenti 320.

Bestiame rude: vacche 100, vitelli e vitelle 300, capre 700, caproni 200, pecore 4500, montoni 500, porci 500, cavalle 300.

I buoi, le vacche, i cavalli e i giumenti, talvolta mangiano nella stalla tal’altra pascolano nel prato comunale, o si introducono ne’ chiusi particolari.

I capi rudi pascolano ne’ salti, o nelle tanche de’ proprietari, o prese a fitto in altri territori.

I formaggi non sono molto pregiati, a eccezione di quelli che si fanno in autunno e sono detti fresas, piatti come una focaccia e quadri.

Apicoltura. Si pratica da pochissimi.

Commercio. I padriesi contrattano principalmente co’ negozianti di Bosa e di Alghero, a’ quali vendono quanto de’ prodotti agrari e pastorali sopravanzi a’ proprii bisogni. Dal grano, orzo, legumi, vino e acquavite, da’ capi vivi, dalle pelli, e lane, e da’ tessuti in lino e in lana, tele e panni, forse a numero medio possono annualmente ricavare da 70 mila lire nuove, un sesto delle quali solamente può spendersi per manifatture estere, in oggetti di lusso, per certi generi coloniali, per articoli necessari in ferro, legname ecc.

Ho notato alcuni applicati al negozio, e questi comprano da’ particolari per vendere in massa a’ negozianti delle dette città, acquistano le merci straniere e le propongono in vendita nelle proprie botteghe.

Padria dista dalla strada reale o centrale nella linea di Cosseine miglia cinque e mezzo per vie troppo difficili e in alcun tratto non carreggiabili.

Nè comunemente è più facile la corrispondenza co’ principali paesi d’intorno. Da Padria si va

A Mara verso settentrione cinque sesti di miglio, in dodici minuti a cavallo;

A Pozzomaggiore, a levante circa M. I. In un quarto;

A Cosseine, passando per Pozzomaggiore, IV e un terzo, verso il greco-greco-levante, in ore 1 e minuti 25;

A Monteleone, verso il maestrale, IV e due terzi, in ore due;

A Villanova Monteleone, passando sotto Monteleone, VIII e mezzo, in ore 3 1/2;

Ad Alghero, passando per Villanova Monteleone, XVIII per sentieri tortuosi e aspri in ore 5 1/2;

A Bosa verso libeccio per la valle della Gurulitana e quella del Temo X, in ore 3 3/4 per vie difficili;

A Macomer verso sirocco X, in ore 3.

Sono in questo territorio due soli ponti, uno nella via di Bosa sopra il rio Androliga, detto ponte Enas; l’altro detto ponte di Padria nella via a Monte Minerva, in là della sua falda meridionale, dove scorre il sentiero da Alghero a Bosa.

Religione. La parrocchia di Padria è compresa nella giurisdizione del vescovo di Bosa ed è amministrata da un parroco che ha il titolo di pievano, e codiautori nel governo delle anime altri quattro sacerdoti.

La ragione di siffatto titolo è indicata nell’amministrazione spirituale di Mara, che in altro tempo era a lui raccomandata.

La chiesa parrocchiale di Padria, fabbricata nel 1520, con sette cappelle, ha per titolare s. Giulia.

L’anteriore voleasi costrutta nell’anno MCLXX, le quali note si vedeano scolpite nella facciata.

Come il parroco dicesi pievano, la parrocchia appellasi pievania, e vuolsi che in tempi più antichi che ne’ primi secoli del cristianesimo fosse un vescovo del governo della chiesa di Guruli vecchia, come allora chiamavasi Padria, almeno dai geografi, non farò parimente per i tempi che seguirono al secolo X, perchè nel più antico monumento, dove troviamo tutti indicati i vescovati della Sardegna, non è alcuna menzione di Padria, la quale era già unita alla diocesi di Bosa.

Le chiese minori furono già in gran numero; ora restano le seguenti:

La Madonna degli Angeli, ufficiata da’ minori osservanti. Sono essi in numero 15 in circa e vi furono istituiti nell’anno 1610 per assistere al clero nella cura delle anime e credo ancora per dar qualche istruzione a’ fanciulli.

L’oratorio di s. Croce ufficiato da una confraternita, edificato nel 1544.

S. Giuseppe sposo della B. Vergine.

Le chiese rurali furono molte prima che sedesse nella cattedra di Bosa mons. Concas.

S. Pietro del Monte, e s. Paolo del Monte edificate sopra due delle tre colline che abbiamo notate sorgenti a tramontana sul paese.

S. Giorgio de Lauros e S. Giorgio de’ Tori, e un’altra cappella dello stesso titolare.

S. Pietro di Faules, s. Pietro di Concas, s. Pietro il Nuovo, e un’altra chiesa dedicata allo stesso santo.

S. Maria de’ s’Ena-birde, la Vergine d’Itria.

S. Eustachio, s. Saturnino, s. Vincenzo, s. Michele,

s. Gavino, s. Lorenzo, s. Sebastiano, s. Barbara, s. Imbenia, s. Margherita.

Queste chiese ora sono tutte esecrate, sola eccettuata quella di s. Giorgio de’ Tori.

Il lettore si ricorderà che in qualche parte fu da noi narrato come dopo suggerimento del governo di Torino, quando reggea gli affari di Sardegna il conte Bogino, i vescovi della Sardegna interdicessero tante cappelle di campagna, spesso profanate da’ malviventi che vi pernottavano e gozzovigliavano come fossero in spelonche, e alcune si struggessero, altre si lasciassero cadere in rovina; e or sappia che è a tal epoca che devesi riferire l’esecramento di quasi tutte le indicate chiesupole, dietro mandato dell’ottimo vescovo di Bosa, il sunnominato mons. Concas.

Alcune di tali chiese furono già parrocchiali di popolazioni distrutte, del nome delle quali non restò memoria presso i padriesi; altre furono fabbricate per particolar religione verso il titolare, e altre (esse eran quelle che hanno lo stesso titolare) per emulazione con quelli che festeggiavano allo stesso santo in altra parte, per diminuire il concorso. E su queste ultime occorre dire che le più sorsero per specolazione di quei certi poltroni, ipocriti, che si diceano romiti, i quali amavan meglio di andare in questua colportando una cassetta con qualche sacra immagine, che di lavorare. Quella mala genia non è ancora spenta nell’isola. Pensi però il lettore che qui nella riprovazione universale de’ medesimi io risparmio alcuni che sono di miglior fede, perchè intendo che se i più si fecero giuoco della credulità degli uomini semplici e adoperarono la menzogna per ottener frequenti obblazioni, i pochi operarono per sentimento religioso. E perchè anche i popoli delle campagne sono persuasi che tra quei romiti vi sono delle anime buone, dopo averne veduto alcuni restarono sempre presso la cappella, vivendovi poveramente, al contrario di tant’altri che dopo essersi bene impinguati andarono a godersi altrove i sacrileghi ladronecci, però si lasciano ancora ingannare dagli impostori.

La cappella di s. Sebastiano edificossi per voto di famiglia particolare nell’ultima pestilenza.

S. Giorgio de’ Tori. Questo santo non è il s. Giorgio cavaliere, nè il s. Giorgio vescovo di Barbagia o di Suelli, ma un santo del paese, originario dell’antica illustre famiglia sarda de Tori o Zori, il quale per le sue virtù meritò dopo la morte una venerazione religiosa ed ebbe dedicati altari. Io non saprei indicare in qual secolo egli sia esistito, ma non è da dubitare che sia da riferirsi avanti all’epoca, nella quale la chiesa romana vietò fosse alcuno posto nel canone de’ santi per voto popolare e fosse reso culto pubblico ad alcun defunto prima che dalla s. Sede con giudizio maturo si fosse pronunziato sull’eroismo delle sue virtù evangeliche: provvedimento santo e saggio, per cui gli onori religiosi non furono più attribuiti, che alla vera santità.

Le feste principali di Padria sono, per la titolare s. Giulia, la quale si fa alternamente a spese de’ pastori e de’ contadini, frequentata da molti stranieri de’ paesi e dipartimenti limitrofi o per religione o per sollazzo, e in altri tempi ancora più, quando davasi lo spettacolo della corsa de’ barberi; e per s. Georgio de’ Thori nella sua chiesa che è in sulla via per Villanova.

I padriesi concorrono in gran numero nella chiesa di Buonvicino posta al settentrione, in distanza di tre miglia, in una pendice sulla parte destra del fiume, dove già fu una popolazione, di cui ignorasi il nome, e che probabilmente era diversa dal sobborgo del castello di Buonvicino, e si festeggia, come notammo nell’artic. Maria di Cabuabbas, nella terza domenica di settembre in onore della Addolorata. Prima che la chiesa de’ Maresi fosse separata dalla giurisdizione del parroco di Padria, la festa si facea con più splendore.

Per s. Giulia e per s. Georgio, come per N. S. di Bonvicino, si tiene fiera, concorrendovi gran numero di merciajuoli, di artigiani con loro opere, e molte donne con tessuti di lana e lino.

Popolazioni antiche. Egli è solamente intorno alla chiesa di Santu Sadurino (S. Saturnino) in distanza di un’ora da Padria, che sono cospicue le vestigie d’un’antica popolazione. I padriesi conservano questa tradizione, che in tempo immemoriale essendo mancati o ridotti a pochissimi gli abitatori dell’antica Guruli, i loro antenati abbiano dal luogo di S. Sadurinu mutate le loro sedi sotto i Tremonti.

Costruzioni noraciche. Nel territorio padriese, come in quello di Mara, sono in gran numero i nuraghi, e così nominati:

1. Nuraghe bassu, 2. Nur. Longu, 3. Nur. De’ sas Paules, 4. Nur. De’ su Montefurru, 5. Nuragheddu, 6 e 7 due Nur. in Piliga, 8. Nur. de Scala de Nughes, 9. Nur. de Torrigia, 10 Nur. de Comida de Muru, 11. Nur. S. Pala, 12. Nur. de Coas de Pedru, 13. Nur. de Tatari-picinnu, 14. Nur. de Zampis, 15. Nur. de’ su Ligiu, 16. Nur. Mustrugasparru, 17. Nuragheddos, 18. Nur. de Bidighinzos, 19. Nur. de Percias, 20. Nur. Ruju, 21. Nur. de’ sas Cheas, 22. Nur. Cabones, 23. Nur. de’ sas ranas, 24. Nur. de Badderupida, 25. Nur. de S. Sebastianu, 26. Nur. de Mugos rujos, 27. Nur. de S. Pedru de Concas.

Siccome nell’artic. Mara ne abbiamo nominati 17, però entro il territorio dell’antica città di Guruli, che abbiamo già determinato, sorgevano nuraghi 44.

In questi qui sunnominati sono degni di essere visitati i numeri 2, 9, 11, 18, 24, 27. Tutti hanno l’entrata bassa, eccettuato Nuraghe-longu.

Il N.° 2 è ancora in buono stato tra le opere esterne distrutte, nella cui camera inferiore vedeasi una gran pietra con un anello di ferro (?), sotto la quale apresi (??) un sotterraneo. I numeri 9, 11 patiron meno della mano dei pastori, che nell’ozio non sapendo che far meglio, fan leva con qualche palo, e disfano quelle costruzioni.

Sepolture de’ giganti. Questi monumenti così detti sono frequenti in tutto il territorio, alcuni lunghi più di cinque metri.

Nell’artic. Di Mara-Cabuabbas abbiam notato tra’ due norachi Pirastu e Baddepiccina un enorme monolito in forma di piramide, fitto in terra, simile però a quelle pietre dell’antica religione, che soventi abbiamo descritto sotto il titolo di Padras-fittas; e qui potremmo indicarne non poche della stessa forma, altre ancora stanti, altre giacenti, ma perchè l’archeologo che voglia esaminarle potrà essere bene indirizzato da persone del luogo, però mi dispenso della notazione de’ siti.

Urne funerarie. Si trovano per tutto intorno al paese nei predi quasi sempre che si fanno degli scavi.

Ipogei o caverne sepolcrali. Ne’ vicini colli furono scavate nella roccia delle camere quadrate o bislunghe, con o senza colonne a sostener la volta. Noterò le più conosciute.

In Monte-ruju si possono veder quattro di siffatte caverne, e una di due camere con colonne.

Presso Nuraghe-ruju, una di due camere e un’altra di tre senza colonne.

In Concas due, e in una di esse due avelli lunghi otto piedi e larghi tre.

In Piliga due.

In Scala de’ sa pagia altre due.

In Chighizzu una con due camere laterali, ed altre con quattro camere e due colonne.

In Baddenare due con due camere, e altre con quattro e due colonne.

In Sa rocca de Canzara due con dieci camere ecc. ecc.

Entrasi alle medesime per una apertura non alta più di un metro, ma poi nell’interno si può tener dritta la persona, levandosi la volta sopra il suolo due metri e più.

Nella forma le caverne sepolcrali di Padria hanno molta somiglianza con quelle di Cuglieri, le quali però sono fatte con miglior arte e più comode nell’ingresso. Vedi quell’art.

Come in altri luoghi principali, che avean popolazione nell’epoca romana, trovansi in Padria molte corniole.

Castello di s. Eustachio. Presso la chiesa rovinata di s. Eustachio levavasi in tempo antico un castello, ora interamente disfatto, del quale non restò nella storia alcuna menzione.

Guruli vecchia, Gurulis vetus della geografia romana.

Nel citato articolo di Cuglieri (Gurulis nova) abbiam fatto menzione di questa antichissima città, della quale fu colonia Guruli nova.

Nella biblioteca sarda, che in quest’opera abbiamo citata più volte rispettivamente ad alcuni punti d’archeologia in quella trattati, nel fasc. 10 parlasi della Guruli antica, e per alcuni cenni della geografia di Tolommeo fu indicata nel luogo di Padria, dove si trovavano i vestigi d’una città antichissima, e si vedevano le reliquie d’una costruzione pelasgica e delle antiche mura della città.

Guruli essendo riconosciuta identica all’Ogrylle o Gorylle, una delle città che Pausania asserisce fondata dagli uomini della colonia di Jolao, deve però il principio della medesima riferirsi all’antichissima età, nella quale fu fatta in quest’isola quella famosa immigrazione; e siccome dopo migliori studi fatti sopra i pelasghi mi è quasi certo che Jolao conducesse gente pelasga, pertanto io tengo che gli edificatori delle mura gurulitane, e abitatori della terra dove è Padria fossero pelasghi.

Cresciuta la popolazione i gurulitani mandaron a’ Menomeni la colonia nominata nella geografia romana Guruli nova, o Guruli, che poi nella varia pronuncia si fece Cùruli, quindi Cùluri e infine Cùlari, e quei coloni lasciarono prova di loro provenienza nella somiglianza indicata dagli ipogei?

Ecco quanto si può dire delle due Guruli, della vecchia e della nuova, perchè nelle storie non si è raccolta alcuna tradizione nè sopra l’una nè sopra l’altra, sì che nulla sappiam dire del tempo dello stabilimento della Guruli nuova, nè se quei coloni pacificamente o per forza d’armi ottenessero il territorio dove si posero.

La caduta di una ed altra città non può ragionevolmente supporsi in altro tempo, che in quello, quando i saraceni prevalendo alla resistenza de’ popoli sardi, rovesciarono tutte le città più forti.

Ho detto in sul principio del titolo di Religione, che io volentieri concedeva che la chiesa antica del luogo di Padria avesse avuto un vescovo, come porta la tradizione, e in questo non parrò temerario a chi conosca, come in principio fossero in maggior numero i vescovi, e in tutte le città considerevoli stabilita una cattedra. Ma se caduta la città cadde ancora la cattedra, pertanto si può tenere, che la serie dei vescovi gurulitani sia mancata nell’epoca infausta, che cominciò la dominazione saracenica.

Quando sia stato ripopolato il luogo di antica Guruli? Se il nome Pàdria o Pàdira siasi cominciato a usare nell’epoca della ristaurazione, o fosse il medesimo di un borgo o regione dell’antica città, sono questioni alle quali non si può rispondere in modo, che soddisfaccia a’ più saggi. Ma se vuolsi la mia opinione, la propongo.

Rispettivamente al nome di Padria o Padira potrebbe essere, che una parte della antica Guruli avesse il nome di Padira, e che i nuovi popolatori stabilendosi in quella parte facessero rivivere quel nome, come abbiam notato di Pasana, sobborgo dell’antica Olbia; però è forse più probabile, che gli uomini di alcuno de’ luoghi d’intorno credendosi provenuti da Guruli nominassero quel luogo Patria, e che essendovisi stabiliti, usassero questo nome per l’antico di Guruli.

Rispettivamente poi al tempo, in cui questa ristaurazione siasi fatta mancano i dati, perchè si possa determinare. Non pertanto dirò, che mal argomenterebbe chi da questo, che il nome di Padria e Mara sia omesso negli Atti per la elezione de’ deputati alle trattative della pace col re di Aragona nel 1387, che sommariamente citammo nell’articolo Ozieri, inferisse che Mara e Padria fossero allora senza popolo, perchè quella omessione era certamente causata dalla condizione di questi due paesi soggetti a un Doria, a quello che era padrone del castello di Buonvicino: infatti quarantanove anni dopo questo trattato di pace, cioè quando fu vinto nel castello di Monteleone Nicolò Doria, il quale avea avuto per successione anche il feudo di Buonvicino, leggiamo le terre di Padria e di Mara col territorio del castello di Buonvicino, allora disfatto, vendute a piccol prezzo e infeudate a Pietro Ferrer cittadino di Alghero.

Sul numero de’ popolani di uno ed altro luogo noi non troviamo documenti che dopo la metà del secolo XVII nei censimenti, che si fecero nelle corti per la quota del donativo.

Nel dipartimento del conte Lemos, dopo la pestilenza dei quattro anni, si notarono fuochi in Padria 148, in Mara 75.

In quello che si celebrò sotto la presidenza del duca di Monteleone, nel 1688, furono segnati fuochi in Padria 154, in Mara 62.

E nell’ultimo, che si tenne dal Monteleone nel 1698, si indicarono in Padria famiglie 178, maschi 269, femmine 279, e in Mara famiglie 76, maschi 128, femmine 150.

Planu de Murtas. Il territorio spopolato di Planu de Murtas essendo in tempi antichissimi compreso nel cantone gurulitano, e poscia avendo fatto parte della baronia di Bonvicino e Pozzomaggiore, però noi ne farem la descrizione in questo luogo prima di proporre le note istoriche di detto feudo.

La valle gurulitana, che abbiamo già descritta, divide dalla massa gurulitana questa regione australe separata a ponente per circa tre miglia per la valle del Temo dal territorio di Bosa. I limiti della parte meridionale con Sindia e con Suni non sono così ben distinti in tutta la linea, fuorchè dove è il canale del rio Bòino. L’altra linea confinale è nella via reale da s. Lussurgiu a Semestene.

La figura di questa superficie rassomiglia a un trapezio, che dividesi in due triangoli diseguali dal detto rio Bòino. Il lato che è segnato nella valle gurulitana essendo di miglia sei, quello che è ne’ termini della Planargia essendo di miglia sette incirca, e l’altezza, nella linea austro-borea, essendo di miglia 4 1/2, può pertanto la superficie essere computata di miglia quadrate 28.

De’ due triangoli, ne’ quali abbiam detto essere divisa la notata total superficie, il maggiore, che è a levante, è montuoso; il minore, che è a ponente, è piano, e tiene proprio il nome di Planu con l’aggiunta de murtas per la copia de’ mirti, che vi vegetano.

Il triangolo montuoso ha una catena di colli diretta verso il borea con inclinazione al greco, nella quale sono distinti sei coni, de’ quali è maggiore quello che è primo e più prossimo a Sindìa. Da questi il terreno inclinasi con mite declivio verso maestrale e tramontana sino alla valle gurulitana. Le roccie sono di origine ignea.

Il triangolo piano ha esso pure una inclinazione appena sentita verso ponente e maestro.

Una ed altra regione è ben ventilata, essendo lontani i rilevamenti che potrebbero far ostacolo alla influenza delle correnti aeree.

La valle più considerevole è quella del Bòino, per la quale restano divise le due regioni.

Le fonti sono in buon numero, per lo meno 60, e alcune di notevole emissione, principalmente nella regione montuosa, dalle quali formansi alcuni rivi, tributari del Temo.

Il principale fra questi è il Lidone, proveniente dalle fonti a maestrale delle colline di mezzo nella notata catena, il quale, dopo una linea tortuosa di circa quattro miglia, discende nell’Andròliga.

In questo fiume vanno i minori rivi delle scaturigini delle minori vallette della stessa regione.

Nella regione a ponente scorre un rivoletto, ivi nato dalle varie fonti, che sono in essa, e discende nel Temo.

La massima parte di queste fonti sono perenni.

Il fiume Bòino scorre anche nell’estate, e parimente il Lidone.

Sono in una ed altra regione vari bacini, ne’ quali l’acqua dalle alluvioni impaluda, e resta finchè il sole estivo non lo attrae. In fondo di alcuni sono aperte copiose sorgenti, per le quali, anche ne’ grandi calori, l’acqua non manca.

Di queste paludi due sono più notevoli, una alla parte orientale della regione montuosa, che trovasi a sinistra della via di s. Lussurgiu a Semestene, e avrà di superficie un quinto di miglio quadrato; l’altra nella regione piana e sarà ben di poco maggiore. Questa non asciugasi mai.

Vegetabili. Una ed altra regione, massimamente la montuosa, nutrono grandi alberi e i più fruttiferi, tra i quali predominano i ghiandiferi, lecci, soveri e quercie, che sono molto più frequenti delle altre specie, perastri, olivastri ec.

Si intende che i pastori e agricoltori di Padria e Pozzomaggiore non avranno qui più che altrove risparmiato le piante, ed uno che perlustri la contrada riconoscerà facilmente queste vestigia degli incendi e i segni della scure. Non pertanto sono alcuni siti dove la vegetazione fu meno offesa e gli alberi fan selva.

Il calcolo approssimativo, che feci del numero degli alberi bene sviluppati delle suddette specie, mi diede ceppi di ghiandiferi 1,400,000, ceppi di olivastri 150,000, ceppi di perastri 200,000.

Sono molte altre specie frammiste, le quali in totale avranno ceppi 350,000.

Il lentisco e il mirto fanno frequentissime macchie, e sono di non minor copia gli altri frutici di pascolo. Le erbe germinano ad ogni passo e ne’ luoghi umidi vegetano con molto lusso.

Antica popolazione. Questa contrada, già da gran tempo deserta, era nell’antichità popolata. Restano alcune vestigia di antiche abitazioni; ma non restò, per quanto io sappia, nella tradizione alcuna memoria dell’epoca, in cui rimasero vuote, nè per qual causa accadesse questo disertamento. Ciò che si può dire con certezza è questo solamente, che gli ultimi avanzi dell’antica popolazione si ricoverarono in Padria e forse anco in Pozzomaggiore, e che questa emigrazione avvenne molto prima del tempo, nel quale fu nella regione della Nurcara annientata la potenza de’ Doria, perchè allora la contrada era già affatto deserta.

Colonizzazione. L’inspezione attenta di tutte le condizioni locali di questa contrada mi persuade, che potrebbero nella medesima sussistervi comodamente o due colonie di anime 2800 ciascuna, o quattro di 1400 rispettivamente; ponendo per base, che ogni miglio quadrato possa produrre sufficientemente per anime 200, il che, considerata l’ottima natura de’ terreni, dovrà parere un calcolo moderato; così, nella supposizione di due colonie, avrebbe ciascuna un territorio di miglia quadrate 14, e nella supposizione di quattro sarebbero in parte di ciascuna miglia quadrate 7, il che io preferirei, perchè quanto più il terreno è circoscritto, tanto meglio si coltiva.

I punti da scegliere per abitazione sarebbero poi a mio parere: nella regione piana, a ponente del monte Ruiu ed in distanza dal Bòino di un miglio, là dove trovansi alcune sorgenti in un sito aperto e sano (A); nella regione montuosa a tramontana dello stesso Monteruiu e parimente ad un miglio, dove sono le fonti del Lidone (B). Che se piacesse fare tre stabilimenti allora indicherei altro sito comodissimo a ponente del colle estremo della indicata catena di Monteruiu (C); e se piacesse anche un quarto esso potrebbe essere a maestro del monte Ruiu ed in distanza di tre miglia tra le due valli del Boino e del Lidone (D). I quattro punti formerebbero un trapezio: da A a B miglia 2 1/2; da A a D miglia 2 1/2; da B a C miglia 1 3/4; da D a C miglia 3.

I coloni di primo stabilimento potrebbero esser presi per due terzi da Pozzomaggiore, per uno da Padria, i quali vi allignerebbero meglio di colonie forestiere, essendomi certo che a queste non è situazione più propria che in punti littorani ben scelti, come sarebbe p. e. il porto della Reale nell’Asinara; il porto del Malfitano e Porto Scuro nel Golfo di Teulada; il porto di Pittinuri od il prossimo, che fu l’antico Portu Coracodes della geografia Romana; il porto Conte là dove le rovine della città che era Portus Nymphaeum; il porto Ferro sotto il monte Airadu nella Nurra; e nella Gallura i porti di Vignola, dove fu Viniolae; di Arsachena, dove fu Tibula, capo, come Cagliari, delle due grandi strade littorali di ponente e levante e di una centrale, che con lo stabilimento del Porto degli aranci animerebbero di nuovo questo vasto littorale prossimo alla Corsica, e prospererebbero abitate a preferenza da galluresi, che da stranieri.

Notate queste nostre opinioni sulla colonizzazione passeremo a descrivere l’uso fattosi delle terre di Planu de Murtas.

Gli ultimi avanzi della popolazione di Planu de Murtas essendosi ritirati in Padria, i padriesi stimando devoluto al loro comune il diritto sopra questi salti vi fecero agricoltura e vi mandarono a pastura il loro bestiame. Ma i Doria di Monteleone senza badare a quel diritto, considerando solo che la proprietà delle terre rimaste deserte apparteneva al loro demanio, le affittarono, e gli uomini di Pozzomaggiore perchè mancavano di territorio per seminagione e per pascolo ne ottennero poco meno che due terzi. Mancata la signoria de’ Doria in queste regioni, dopo la caduta di Monteleone, il re d’Aragona confiscò tutto il paese, ed infeudollo a vari signori, infeudando questa contrada deserta a Salvatore Posula di Oristano, che con due cavalli aveva servito al Re nella guerra contro il Doria.

Questo signore avendo poca potenza per far rispettare i suoi diritti, i padriesi usarono della loro forza, ed essendo rientrati nella detta contrada a seminare e a pascolare spesso litigarono con quei di Pozzomaggiore in quel modo che si usava in quei tempi di anarchia e di barbarie, assalendosi e respingendosi con le armi, bruciandosi le messi, rubando o trucidando il bestiame, finchè non si composero dividendo le regioni secondo il bisogno, per cui quei di Pozzomaggiore ebbero quasi due terzi.

Questa composizione non fu per sempre rispettata per i padriesi, che uscirono da’ loro termini, e invasero gran parte del territorio tenuto dagli agricoltori e pastori di Pozzomaggiore.

Costoro non potendo da se ristabilirsi, perchè inferiori di forze, implorarono l’autorità del feudatario, ed uno di questi riuscì a reprimere la tracotanza de’ padriesi mandandoli fuori de’ salti di Planu de Murtas, e concedendo quasi tutto il territorio al comune di Pozzomaggiore, il che avvenne ne’ primi tempi della dominazione della Casa di Savoja.

Da quel tempo gli uomini di Pozzomaggiore cominciarono a esercitare senza contraddizione tutti gli adimplivi di pastura e agricoltura, pagando ogni anno i soliti diritti feudali, e alcuni tennero per se le terre a titolo di concessione temporanea.

Essi hanno diviso il territorio in quattro regioni, due agrarie e due pastorali.

Le regioni agrarie sono nominate di Tillepere e di Mortumene o forse Mortomine:

Le regioni pastorali sono il così detto Piano e il ghiandifero.

Le due regioni agrarie, dove si alternano le vidazzoni, possono capire starelli di seminagione 6400.

Il terreno è ottimo e le sue parti che debbono parere assolutamente sterili forse non sono più di cento starelli.

La parte che attualmente di quel totale si coltiva a grano, orzo, fave, legumi, meliga, lino, non pare maggiore di starelli 2100; si che restano inoperosi più di 4000 starelli!! di buon terreno, per mancanza di braccie, per difetto di coloni.

Le due regioni pastorali sono coperte di macchie e arbusti o di alberi, quali li abbiamo indicati, e producono molto per il nutrimento del bestiame di varia specie, e segnatamente molta erba lunghesso il corso delle acque perenni.

Non mancano in queste i terreni ottimi per la agricoltura, e potrebbesi avere una considerevole vidazzone se si volesse sgherbire nel piano alcuni tratti. Noto che in questa parte, dove lavorarono in altro tempo i padriesi essi ci aveano culta una superficie di starelli 2650.

Rimanendo adesso queste terre parziali delle aree, che furono coltivate dagli agricoltori di Padria e di Pozzo-Maggiore, avremo la quantità complessiva del terreno agrario in Planu de Murtas di starelli 9050; e riducendo in starelli le notate 28 miglia quadrate, eguali a starelli 23,982, avremo dal confronto che la parte inculta e lasciata a pascolo è di starelli 14932, cioè superiore all’area che fu coltivata di starelli 4982, quantità più che tripla del territorio che hanno alcuni paesi nella stessa Sardegna.

Dopo aver detto della feracità di questo territorio in pascoli, che sono ottimi, diciamo qualche cosa della quantità del bestiame che può esservi nutrito.

Se pure il bestiame non profittasse dei pascoli che produconsi nelle regioni agrarie, che sarebbe considerevole, quanto pascolo non si produrrebbe negli starelli 14,932 della regione inculta? e questa pastura a quanti capi non sarebbe sufficiente?

Nell’anno 1832 (cito quest’anno per i dati certi che ho) non profittarono del pascolo delle regioni non seminate, che furono di starelli 21,882, che soli 17,074 capi, tra vacche, capre, porci, pecore e cavalle; e non di meno i periti avean nella loro stima fissata la sufficienza a capi 134,078. Però quanto pascolo restò perduto?

La contrada di Planumurtas è una delle più felici regioni per la fecondità del suolo per la copia de’ pascoli. Di vantaggio essa è nelle stesse condizioni di clima che i paesi di Planargia che producono quei vini, che soventi si dicono di Bosa e non sono di Bosa; essa è idonea agli olivi quanto lo sia Cuglieri e Bosa, e potrebbe far oli egualmente fini e in gran copia, entro poco tempo, se si innestassero quei 150,000 olivastri che abbiamo notato; essa ha ottimi siti per le specie ortensi, e le più fauste condizioni per l’apicultura, e non dico quanto i gelsi vi prospererebbero perchè son poche le regioni della Sardegna che non siano fauste a siffatta cultura. Che manca alla medesima perchè sia popolatissima massime avendo un ciel salubre?

Che bei stabilimenti si potrebbero fare nelle medesime con i necessari capitali!

Infeudazione di Planu de Murtas, di Bonvicino e Pozzo-Maggiore.

Il già nominato Posula di Oristano ebbe questo feudo nell’anno 1435 per atto de’ 4 novembre, a titolo di donazione tra’ vivi, da Giacomo di Besora, procuratore reale e luogotenente generale del regno, il quale volle rimunerare i servigi da lui prestati alla corona, segnatamente nell’assedio di Monteleone e di Castelgenovese. Questa donazione essendo poi stata confermata dal re D. Alfonso con diploma de’ 25 giugno 1436 il Posula prese possessione del feudo con atto de’ 2 ottobre successivo.

Siccome però in questa carta di confermazione non erasi espressa la concessione della giurisdizione civile e criminale col misto imperio; però egli supplicolla dal sovrano, e ottenne un altro diploma, nel quale avea conceduta di nuovo la regione in franco allodio e col mero imperio.

Della infeudazione di Padria e Mara, fattasi, come quella di Planu de Murtas, dopo l’espugnazione di Monteleone, a Pietro Ferrer d’Alghero, abbiam già parlato; quindi soggiungeremo di quella che nella stessa epoca, con stromento di vendita nel 14 luglio 1430, si fece di Pozzomaggiore a Francesco Melone per piccol prezzo (parvo dato pretio come dice il Fara); nel privilegio erano abilitate le donne alla successione come si desume dalla sentenza proferita dal marchese di Cea nel 1663,27 luglio. Siccome abbiamo scarse memorie, però non possiamo aggiugner nessuna particolarità.

Nel 1443 Pietro Ferrer acquistò da Pietro Ispano (parvo dato pretio) le terre di Modulo e Mositano, e da’ tutori di Francesco Melone la villa di Pozzo-Maggiore (parvo dato pretio).

Nel 1455 per atto de’ 2 aprile, rogato Carbonel, fu la contrada di Planu de Murtas co’ suoi annessi venduta a Francesco Ferrer, successore di Pietro.

Nel 1458, 2 maggio, per la morte di Francesco restò investito suo figlio Pietro Martino in nome dello stesso re Alfonso dal vicerè D. Pietro di Besalù.

In quest’atto d’investitura era pure compresa la giurisdizione di Padria, Mara, Pozzomaggiore e del salto di Arquemor, e la ricognizione del diritto del venteno e del macello di Alghero, e si rinnovava la clausola della prima concessione delle baronie di Bonvicino e Pozzo-Maggiore in feudo e nella propria natura di feudo, senza farsi distinta menzione dell’allodialità di Planu de Murtas.

Dopo questi monumenti manca ogni contezza su’ possessori di questi feudi sin dopo la metà del secolo XVI, quando riconosciamo possessore de’ medesimi un certo Andrea Virde di Sassari, senza però intendere per qual titolo egli possedesse, non facendosi di ciò parola nella sentenza del supremo di Aragona de’ 26 maggio del 1578, nella quale era dichiarato spettare a Francesca Melone, vedova ed erede testamentaria di detto Andrea Virde, i villaggi, salti e diritti suddetti, col misto imperio, rejetta la pretesa di Giovanni Vidini, di Baldassarre Castelvì, e di Francesco Ferrer.

Da questa all’altra memoria vanno di mezzo 40 anni, dopo i quali per atto de’ 19 gennajo 1619 si vede investito a nome di re D. Filippo III un Andrea Virde-Melone-Castelvì, che dicesi succeduto al suo padre Pietro per la morte improle del rispettivo figlio e fratello maggiore Francesco Virde.

Nel 1650 per la morte di Angelo Virde possessore di questi feudi succedeva ne’ medesimi per difetto di figli maschi la figlia Catterina Virde.

Morta anche costei senza prole succedette D. Maria Manca Ledda della linea collaterale feminina del suddetto Angelo, perchè figlia di D. Catterina Ledda, e questa figlia di D. Giovanni Virde, sorella di Angelo.

Fu con sentenza de’ 27 luglio 1663 che il procuratore reale, marchese di Cea, mandò doversi investire de’ feudi del Virde la suddetta D. Maria Manca Ledda.

Mancata a’ vivi D. Maria succedette suo figlio D. Ignazio Aymerich, il quale ne fu investito per sentenza del procuratore reale de’ 2 aprile 1722.

Questi feudi tornarono poi, non si sa come, nella linea Manca, sapendo che essendo morto impubere addì 15 marzo 1788 D. Raffaele Manca, cui appartenevano queste giurisdizioni, il R. Fisco patrimoniale e la sorella del defunto D. Maddalena Amat contesero del diritto in giudizio possessorio. Il fisco avea proposta la devoluzione, con libello dello stesso giorno della morte, di tutti i suindicati feudi e diritti comprensivamente al feudo di Ussana, di Orosei e Galtelli, o sia marchesato di Albis, e con altro libello dei 12 aprile proponeva poi la devoluzione di Planu de Murtas.

D. Maddalena fece per qualche tempo il contraddittorio; ma finalmente due anni dopo terminò il litigio per una transazione concretata nel R. Patrimonio di Sardegna, stipulata addì 28 giugno 1790 con l’avvocato fiscale del S. S. R. Consiglio e col procuratore di D. Maddalena e di suo figlio primogenito D. Giovanni Amat, ratificata da questi con atto de’ 7 del successivo agosto, e finalmente approvato con diploma de’ 7 settembre immediato dal re Vittorio Amedeo.

In virtù di quest’atto il R. Fisco cedette nuovamente alla casa Manca ogni sua ragione su’ controversi feudi con le seguenti due condizioni: 1 che Planu de Murtas e la macelleria o cabesaggio di Alghero dovessero in avvenire far parte della baronia di Bonveì e prenderne la natura; 2 che D. Maddalena, il figlio e il loro successori avessero a pagare duecento quaranta mila lire di Piemonte alla R. Azienda entro anni quindici co’ frutti al 4 per 0/0, sebbene a rate diverse purchè queste non fossero minori di lire 12 mila ciascuna.

Essendo passati alcuni anni senza che si adempisse alla seconda condizione, e rimanendo D. Maddalena in debito di lire 36 mila per le annualità scadute, fu citata in giudizio e costretta a cedere al R. Patrimonio l’amministrazione de’ frutti de’ feudi.

Questa cessione però, che fu effettuata con istromento de’ 9 agosto 1801, non essendo stata assai per riempire il gran vacuo, e intanto essendo nel 1805 scaduto il termine prefisso al pagamento del capitale,

D. Maddalena ricorse al re Vittorio Emmanuele, perchè, nell’impotenza in cui essa trovavasi di poter satisfare al suo obbligo, si proponesse un altro accomodamento.

Il Re commise l’affare alla R. Delegazione economica, istituita sopra i feudi con carta reale de’ 17 aprile 1807, e da questa fu deliberato un nuovo aggiustamento, stipulato per atto de’ 27 agosto 1808 e poi approvato con diploma del 6 susseguito a settembre, per cui rimase alla casa Manca la sola baronia di Bonveì, il feudo di Aùstis e il nudo titolo marchionale d’Albis per essa e i successori in detti feudi; e la R. Azienda ricuperò la baronia di Orosei e Galtelli e il salto di Planu de Murtas con tutti gli annessi ecc. ecc.

Qualità del feudo e quantità dei diritti feudali solita corrispondersi da ogni contribuente ecc.

Salto di Planu de Murtas. Quando il salto era infeudato avea la qualità di aperto esigendosi i diritti da quei soli che profittavano degli adimprivii. Quei diritti furono conservati dopo l’incameramento.

1.º Per diritto di seminerio, ogni giogo che seminava star. 9 1/2 grano pagava star. 4 e imb. 14 corrispondenti a carrette 10 di misura feudale.

Nel 1823 la contribuz. sommò a starelli 551,6, che a lire sarde 3 lo star. diedero lire 994. 2. Chi coltivava con la zappa era tenuto a due imbuti per ogni starello sul raccolto.

Chi seminasse a grano pagava per nessun’altra specie: chi non ne seminasse pagava per le altre specie in ragione di due imbuti per starello, come sopra.

2.º Per diritto di pascolo si contribuiva un giovenco d’un anno e mezzo per ogni segno di vacche, e a questo bastava fossero i capi più di dieci. Nell’anno annotato, si riceveano capi 15, che calcolati a lire 15 ognuno diedero l. 225.

3.º Per la stessa ragione si doveano cinque capi grossi, detti di mardiedu, per ogni segno di pecore da 300 in su, ed in proporzione da 300 in giù. Nello stesso anno si riceveano 164 capi che calcolati a l. 2 diedero l. 328.

4.º Per ogni segno di porci da 30 in su si dovevano cinque capi grossi, da 30 in giù in proporzione, e in quell’anno i capi ricevuti furono 113, che calcolati a 10 diedero l. 1130.

5.º Per ogni segno di capre da 100 in su domaniavasi una capra di mardiedu ed una così detto Saccaia; da’ 100 in giù a proporzione; e nello stesso anno i capi corrisposti furono 12, che calcolati a l. 1, 10 diedero l. 18.

6.º Per le cavalle si dovea dar in denaro un reale per ogni capo, ed essendosi pagato in quell’anno per capi 305 si ebbe la somma di lire 76, 5, 0.

7.º Per il diritto di legnare pagavasi anticamente in massa dal comune che ne profittava lire 200, o 300?

Dopo l’incameramento questo diritto è stato variato e gli appaltatori esigettero da un quarto di scudo sino a reali sei per scure. In quell’anno questo ramo diede lire 450.

Per diritto di macchizie e tentura pagavasi per ogni segno di vacche colte nel seminato l. 5; meno per le altre specie. Nel sunnotato 1823 questo diritto, compresa la metà dovuta al ministro di giustizia, ammon

tò alla somma di lire 250.

Il totale di questi diritti pel 1825 fu di lire s. 3471.

Il ricavo che ebbe l’azienda da questo salto è stato vario, e la media dal 1809 al 1856 fu di lire 2546,16,5.

Per l’amministrazione della giustizia non v’era alcuna somma fissa, ma il diritto eventuale del deghino delle pecore e de’ porci. Il delegato fatta la comune di un quadriennio poteva avere 50 pecore e 25 troje da latte; lo scrivano 50 saccaie e 25 occhisorgi(1), il che era a carico degli appaltatori.

Baronia di Bonveì

Redditi. Laor di corte star. 3 grano per ogni giogo da chi seminasse in società; e star. 6 da chi seminasse a solo: in tutto starelli 800 che a l. 3. 15 davano l. 3000.

Dritto di feudo in denaro da’ capi di famiglia in ragione di soldi 3, totale di 117 10.

Dritto di vino mosto. Un soldo e denari 8 per ogni carica sino ass. 6, più in là ss. 10, totale 61 10.

Dritto di pecore. Capi 4 per ogni 300 capi di mardiedu e a proporzione in numero minore: in totale capi 46, che calcolati a l. 3 importarono lire 138.

Dritto di capre. Un capo di mardiedu per ogni segno, capi 18 che a l. 2 sommarono a l. 36.

Dritto di porci. Troje 4 sul numero di 30 capi di mardiedu, tot. Capi 31 che a lire 7 10 diedero l. 232 10.

Dritto de’ giovenchi uno per ogni segno di vacche: capi 14, che a lire 12 10 diedero 175.

(1) Nome che dassi a’ porchetti, quando sono buoni per essere uccisi.

Dritto di formaggio. Libbre 15 da ogni proprietario di pecore e capre in tot. libbre 360 che a soldi 2 6 produssero l. 45.

Fitto de’ territori ad esteri, in danaro lire 125; in pecore capi 35 computati a l. 10 5; in capre a capi 16 lire 39; in porci capi 20 l. 150. Per penali, macchizie e simili 75.

Totale de’ redditi l. 4293 10.

Spese, per alimenti a’ detenuti l. 75; per riparazione di carceri e mandre 15; per alimenti a spuri 15; per estimo del ghiandifero 5; per spese di deghino 26; stipendio al fattore baronale 250; totale 385; sicchè il reddito netto è di lire 3908 10. Vedrassi poi questa somma diminuita di molto nell’accertamento fattosi nel tempo del riscatto.

Notisi che nella baronia di Bonveì sono de’ ghiandiferi, che possono soffrire de’ tagli regolari, e sonovi terreni demaniali; il salto denominato Sos Luros di grande estensione ed i denominati Sas Molas, Faias e Serras.

Baronia di Pozzo-Maggiore Laor di corte o dritto di Mezzana star. 3 e imbuti 8 di grano per ogni giogo, calcolato a l. 562. Dritto di feu da ogni capo di famiglia ss. 6, da ogni figlio d’anni 18 ss. 5, calcolato l. 175. Dritto di gallina, una gallina o ss. 3 in denaro da ogni vassallo, calcolato l. 15. Dritto di vino mosto un soldo e den. 4 per ogni carica; calcolato in l. 20. Deghino di vacche, un giovenco per segno stimato in media a scudi quattro, in totale l. 130.

— di pecore una pecora grande e una saccaia per segno, calcolato in l. 148 15.

— di porci 2 per segno, calcolato in l. 200.

Dritto di manuali, soldi 5 per ogni majale d’un anno, calcolato in l. 8.

Dritto di pascolo, 3 pecore per ogni segno forestiero – diritto di formaggio di peso tre forme per ogni pesata che si estrae in totale l. 29

Dritto tenture e macchizie l. 45

Totale l. 1555. Spese 480 7 6. Resid. netto 852 17 6.

Nel feudo di Pozzo-Maggiore i terreni sono ben ristretti ond’è che la popolazione coltiva la maggior parte del salto Planu de Murtas. Il pascolo che si trova è buonissimo. In tanta ristrettezza il feudatario avea una tanca di starelli 120. Il ghiandifero mancava. I sacerdoti, i cavalieri, le vedove e i poveri andavano esenti dal così detto feu, gallina, vino-mosto, e i sacerdoti anche dal dritto di mezzana.

Retrocessione di questi feudi e degli altri posseduti dalla casa Amat di Sorso.

Nell’anno 1839, addì 29 luglio, si convenne tra il

R. fisco e D. Vincenzo Anastasio Amat barone d Sorso per il riscatto dei feudi da lui posseduti, che erano

Le baronie di Bonveì, di Ussana, di Romandia, di Montiverro, della curatoria di Austis e signoria di Montimannu;

Il marchesato di Soleminis;

La signoria dell’Olmeto e il Venteno di Alghero.

In detta convenzione il barone rilasciava e trasmetteva al R. demanio con tutte le clausule abdicative e traslative di possesso i suddetti feudi;

La signoria di Austis, che conteneva i villaggi di Austis, Teti e Tiana con la montagna di Montimannu;

Il marchesato di Soleminis col villaggio di tal nome;

La baronia di Bonveì composta de’ villaggi di Mara

e Padria;

La baronia di Romandia contenente i villaggi di Sorso e Sennori;

La baronia di Ussana col villaggio dello stesso nome e con lo spopolato di s. Giuliana;

La signoria dell’Olmeto con la popolazione che ne porta il nome;

La baronia di Montiverro composta de’ comuni di

s. Lussurgiu e Sennariolo, e finalmente le rendite del così detto Venteno. Restarono però riservati al barone alcuni fabbricati, certi predi e diritti ne’ feudi.

Il barone dovea ottenere per la suddetta cessione il complessivo prezzo di lire sarde ducento settanta-tre mila settecento settanta sette, soldi undici, denaro otto, ossieno lire nuove cinquecento venticinque mila seicento cinquanta due, centesimi novanta, ond’è la rendita annua al 5 per 0/0 di lire sarde tredici mila seicento ottantotto, soldi diciassette, denari sette, equivalenti a lire n. ventiseimila ducento ottanta due, e centesimi sessanta quattro, e averlo corrisposto dalla R. finanze col mezzo della iscrizione sul gran libro del debito pubblico. Egli avea pure la libera disponibilità della terza parte del prezzo.

Le rendite feudali delle dette baronie furono accertate ne’ numeri seguenti.

Marchesato l. s. 740 " " l. n. 1420 80 " Soleminis,

Baronia Bonveì " 2761 18 " " 7302 84 8

Baronia Romagna " 3107 1 1 " 5965 54 4

Baronia Ussana " 1016 9 9 " 1951 65 6

Curadoria Austis " 905 8 8 " 1738 43 2 e Mont.

Palmas
Signoria l. s. 2334 dell’Olmedo Baronia Montiverro " 1381 Venteno d’Alghero " 1442 17 2 " 4 8 1 l. n. " " 4482 2651 2768 94 77 64 4 6 8

Lire sarde 13688 17 7 l. n. 28282 64 8

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre a Padria
17 Gennaio: Sant'Antonio abate
22 Maggio: Santa Giulia patrona
2 Ottobre: Sant' Antonio da Padova